Granada, Gran Via de Colon, stavo passeggiando con la mia coinquilina americana Margaret. “Iar, si dice iar, allo stesso modo di iar” puntando l’indice al suolo. Margaret mi stava spiegando che “hear” di to hear (sentire), si pronuncia allo stesso modo di “here” (qui). Facendo due conti veloci, alle spalle avevo almeno 8 anni di studio della lingua inglese, ma nessuno mi aveva mai acceso quella lampadina e dato una chiave di lettura diversa di quella materia, che ho sempre sentito inafferrabile. Nessuno mi aveva mai esplicitato una cosa ad oggi piuttosto ovvia fuori dalle mura della classe: l’inglese è una lingua opaca e come tale si scrive in modo diverso da come si pronuncia. Alle superiori ero una dislessica non riconosciuta (all’epoca nessuno, o pochissimi ne parlavano) ed io non mi schiodavo da quel 6 – – in inglese. Una costante, come quelle che ti fanno studiare in fisica. “Oh…(pausa)…come leggi male Pestelli!!!” questo era il frequente commento, che con il suo indimenticabile english applomb, mi faceva sempre la mia prof di inglese al liceo. Onestamente mi faceva sorridere, perché già all’epoca ero dotata di una certa autoironia e lei era solita a quelle uscite. Probabilmente era la mia strategia di autodifesa. Ma era chiaro, lampante, quanto per lei non fossi portata per la sua materia e di questo era riuscita a convincermi. 2010: erano passati molti anni e finalmente usciva una legge che riconosceva forme diverse di apprendere per chi ha deficit specifici nelle abilità di base:lettura, scrittura e far di conto (tuttora continuo a chiedermi:solo queste? E chi ha un deficit di memoria a breve termine verbale per cui una parola straniera deve sentirla almeno 50 volte per percepirla vagamente familiare?!!)
È ovvio che quella della 170 sia stata una pagina epocale per la scuola e per chi fino a quel momento era stato considerato il somarello della classe o lo svogliato di turno; ma è anche vero che ci dobbiamo interrogare su se questa legge abbracci davvero tutte le difficoltà dei nostri figli e sia stata interpretata ed applicata nel modo giusto dalla scuola. Credo che ci siano ancora enormi passi da fare, soprattutto per l’apprendimento della lingua straniera. Sembra che ad oggi, mal celata, continui a vivere la credenza che questa sia qualcosa di inaccessibile per chi ha un DSA. É vero che nell’inglese, essendo un idioma isoaccentuale (le sillabe accentate hanno una durata maggiore) e meno sonoro rispetto all’italiano (perché è ricco di consonanti finali nelle parole) é ancora più difficile l’analisi fonologica; é vero che possedendo 40 suoni rappresentati da centinaia di combinazioni contro i 25 suoni dell’italiano rappresentati da 33 combinazioni, talvolta ci appare come un rebus. Ma è anche vero che nessuno mai mi aveva suggerito di investire sulla memoria visuo-spaziale e quindi cercare di allenare l’occhio a riconoscere le parole nella loro configurazione grafica . Nessuno, come invece mi fece capire Jack, il mio insegnante di inglese a Dublino, mi aveva mai detto che nonostante i tanti errori grammaticali che compivo nelle frasi le persone mi comprendevano. Wow! Questa fu davvero per me una delle più importanti scoperte che devo a quel ragazzo che insegnava ed era amante della scrittura: lui apprezzava il mio modo di scrivere per la scelta delle parole e per ciò di cui parlavo, nonostante mi riportasse il quaderno sempre segnato di rosso e con tante frecce a spostare elementi della frase che evidentemente continuavo a mettere fuori posto. Nonostante ciò, le persone straniere ti capiscono ed apprezzano il tuo sforzo comunicativo?! Scommetto che questo non viene fatto ancora passare ai nostri ragazzi, che continuano ad essere tartassati da freddi esercizi grammaticali in cui, per le ormai conosciute difficoltà , trovano continue conferme della loro inefficacia. “Non c’è apprendimento se non c’è volontà di apprendere” afferma Bolboni, uno dei massimi studiosi di apprendimento delle lingue straniere. Ed è per questo che, poiché l’alunno dislessico soprattutto nell’inglese, incontra fattori ostacolanti che dipendono da se stesso e dall’ interazione con la data lingua ed il dato prof, sarebbe altamente auspicabile introdurre quello che già alcuni studiosi chiamano da tempo “Piano Glottodidattico Personalizzato”. Di che cosa si tratta? Si tratta di un patto formativo e condiviso sulle finalità dell’apprendimento della lingua straniera per quel preciso ragazzo, in cui viene esplicitato il percorso glottodidattico a lui adatto e che si configuri come realizzabile/realistico (Daloiso,2012). Daloiso utilizza volutamente le parole realizzabile e realistico in quanto nessuno potrà negare che la complessità intrinseca del sistema ortografico provoca nello studente dsa il persistere dell’inaccuratezza formale e delle difficoltà fonologiche. Tanto che, nell’apprendimento di un idioma si parla non di dislessia, piuttosto di “dislessia differenziale”, mettendo l’accento sulla variabilità delle difficoltà a seconda dell’opacita’ della lingua.
Non è infatti sbagliato affermare che si è più dislessici in una lingua (ad esempio nell’inglese) e meno in un’altra (ad esempio nello spagnolo). Il Piano Glottodidattico Personalizzato serve a definire fin dal principio gli obiettivi di apprendimento, le misure compensative e dispensative, le scelte metodologiche dell’insegnante e le procedure valutative in quella data lingua. A proposito di obiettivi, é essenziale che un ragazzo con DSA sappia riconoscere ed usare tutte le forme del passato in inglese se nelle indicazioni ministeriali non si parla di contenuti (lessico, grammatica) ma di abilità (saper comprendere globalmente un testo, saper interagire)?!! Soprattutto per la scuola primaria e secondaria di primo grado, gli obiettivi ministeriali sono nella comprensione e produzione globale,in particolare orale; solo per la scuola secondaria di secondo grado si parla di comprensione analitica/selettiva. Non vi è mai un esplicito riferimento alla correttezza grammaticale della lingua, ma bensì all’adeguatezza al contesto, all’appropriatezza lessicale ed alla coerenza. Viene di per sé che é importante nel Piano Glottodidattico Personalizzato specificare i contenuti da acquisire differenziando quelli che sono prioritari (saper distinguere ed usare il passato, dal presente e futuro), rispetto a quelli che non lo sono( saper distinguere ed usare le varie forme del passato). Ciò al fine di evitare che la “porta della motivazione” nei confronti di una lingua straniera venga chiusa prima del tempo con la falsa credenza che “noi” non siamo in grado di “arrivare”, perché non ricordiamo taluna forma grammaticale o taluna parola. Il commento che l’insegnante Jack mi fece, alle soglie della porta dell’aula della Dublin English School, è la dimostrazione che niente ci è precluso, soprattutto “arrivare”: “Scrivi bene lo sai?Perché non vai a dare un’occhiata al mio blog personale su internet dove scrivo pezzi creativi?”. Eppure in mano tenevo un quadernino pieno di freghi rossi.
Per un maggiore approfondimento consiglio di leggere “Lingue straniere e dislessie evolutive” di Daloiso