DSA: come intervenire in caso di Disturbi Specifici dell’Apprendimento

Alla fine del colloquio di restituzione della mia valutazione clinica, nel caso in cui abbia effettivamente riscontrato un DSA, Disturbo Specifico dell’Apprendimento, è difficile, per non dire impossibile, che il genitore non mi ponga la fatidica domanda:

Adesso che dobbiamo fare Dottoressa? ”.

La mia prima risposta è: “Intanto cercate di capire fino in fondo come funziona vostro figlio, mettete a fuoco le sue difficoltà e i suoi punti di forza e restituite lui, nel quotidiano, una immagine autentica, obiettiva del suo modo di apprendere. Solo così passerà dal dire “Non so fare niente, sono stupido, non ce la farò” a “Questa cosa mi risulta più difficile perché…” e tenderà sempre meno a mettere in discussione le sue reali capacità”. Prima d’iniziare qualsiasi intervento infatti, è fondamentale creare il presupposto emotivo dentro il bambino o ragazzo affinché a poco a poco normalizzi le sue caratteristiche. L’accettazione e dunque la valorizzazione di ciò che si è, è sicuramente un processo non immediato per il quale, affidarsi a un esperto, può essere di reale aiuto.

La mia seconda risposta è: “Dipende dall’età di vostro figlio e dalle priorità che ne derivano”. Se infatti una diagnosi avviene in età precoce, cioè nei primi anni della scuola primaria, prioritario è riabilitare il processo o i processi risultati deficitari. Un bambino della terza elementare che ha ad esempio ricevuto diagnosi di dislessia, in quanto legge in maniera significativamente più lenta e/o inaccurata dei suoi pari età, merita di essere potenziato quanto prima. Perché quanto prima? Cerchiamo di capirlo bene, anche se entrerò brevemente in una spiegazione più tecnica che richiederà un pizzico di attenzione in più per i non “addetti ai lavori”. Secondo il neurocostruttivismo, una recente prospettiva scientifica che studia la nostra mente, essa durante lo sviluppo procede da una iniziale disorganizzazione a una progressiva specializzazione.

Volendo semplificare molto, da piccoli ogni parte del cervello è deputata a fare un po’ tutto, si attiva di fronte a qualsiasi stimolo. Progressivamente il cervello tenderà a darsi una organizzazione più rigida: una parte si occuperà ad esempio di elaborare le espressioni facciali, una parte le grandezze numeriche ecc… Ma una organizzazione, più rigida e settoriale sarà e più sarà difficilmente modificabile. Se quindi l’intervento di potenziamento avviene prima che questo processo di specializzazione si concluda, supponiamo male per una predisposizione alla dislessia, più probabilità avremo di migliorarne l’esito. Dunque nei piccoli, poiché l’architettura della mente è ancora in fase di specializzazione, merita sempre lavorare su una abilità che è stata riscontrata debole. Più aiuteremo, con esercizi mirati, un dato processo durante la sua delicata fase di specializzazione, più quel processo funzionerà meglio; più quel processo funzionerà meglio e meno risorse consumerà, meno risorse consumerà e più risorse ci saranno da dedicare ai “piani più alti”, quali la comprensione od il ragionamento. Questo vale indistintamente per la lettura, la scrittura e l’elaborazione numerica. Dunque la tipica frase “Aspettiamo, crescerà, migliorerà…” è sì vera, ma nello stesso tempo fuorviante: è vero che anche senza un intervento specialistico un processo come quello della lettura migliorerà con il naturale sviluppo, ma è anche vero che se la traiettoria evolutiva è lontana da quella tipica, più si ritarderà l’intervento e più contribuiremo a costruire un circuito neurale che non funzionerà bene.

In cosa consiste un trattamento riabilitativo e come la famiglia è coinvolta?

Riabilitare un’abilità di apprendimento che non funziona bene, un po’ come quando ci rechiamo da un fisioterapista per correggere una postura scorretta, consiste nell’eseguire degli esercizi mirati la cui efficacia è stata dimostrata scientificamente. Per avere dei risultati significativi è richiesta però costanza e intensità: come andare dal fisioterapista per eseguire una ora di esercizi alla settimana non sposterà di molto la nostra situazione clinica, anche per le abilità di apprendimento l’efficacia dell’intervento dipenderà dal numero di sessioni. La letteratura scientifica consiglia non meno di 3 sessioni alla settimana. Dunque, se una avverrà in seduta ambulatoriale con me, almeno 2 dovranno essere eseguite a casa con i genitori. La riabilitazione richiede impegno, costanza, convinzione: i bambini che ho visto migliorare di più sono stati quelli la cui famiglia ha seguito con fiducia le mie indicazioni fin da subito.

Quanto deve durare un intervento riabilitativo affinché si vedano risultati?

Dipende dalla gravità del disturbo, ma non meno di 6 mesi. Per lo stesso identico ragionamento, l’intervento consigliato è un altro quando il paziente non è più un bambino nella prima fase di apprendimento, ma un ragazzo in una fase più avanzata dello sviluppo. In questo caso, si può sì provare a riabilitare la o le abilità risultate deficitarie (non dimentichiamoci che per quanto il cervello adulto sia ben specializzato la plasticità neurale garantisce una certa modificabilità anche in età avanzata) ma il minor beneficio di un intervento riabilitativo con il crescere dell’età fa propendere soprattutto per un intervento sul metodo di studio, con adeguati strumenti compensativi.

Che cosa intendo dire con questo? Intendo dire che chiedere ad esempio ad un ragazzo adolescente dislessico di intraprendere solo un trattamento riabilitativo della lettura è rischioso per due motivi: l’esito del trattamento, sicuramente migliorativo, non è detto sia sufficiente a fargli percepire un miglioramento evidente nei risultati scolastici e dunque finirebbe per perderebbe la motivazione al lavoro. Più si procede nel percorso scolastico e più la scuola richiede l’integrazione di più processi: non si accontenta come durante le elementari che tu legga bene, scriva correttamente o sappia contare e fare calcoli matematici, ma ti richiede spesso di attivare questi processi contemporaneamente, oltre a risolvere problemi o quesiti complessi. Per di più vuole che faccia tutto questo con una certa efficienza, velocità. Dunque per un ragazzo DSA, già della scuola media, prioritario sarà lavorare sul suo metodo di studio, su come si organizza, su quali strategie o strumenti decide di utilizzare per “aggirare” le difficoltà di base ed arrivare all’esito più altro. Guidare uno studente DSA alla scoperta del miglior metodo di studio per se stesso, richiede l’intervento di specialisti che conoscono i processi di apprendimento e bene si orientano nelle strategie e nei software informatici che oggi la tecnologia mette a disposizione. In sintesi l’intervento migliore per un ragazzo è quello di lavorare affinché acquisti sicurezza ed autonomia nello studio.

In cosa consiste un intervento sul metodo di studio e come la famiglia è coinvolta?

Intervenire sul metodo di studio di un ragazzo significa spesso andare a lavorare su sue modalità non funzionali di affrontare le richieste scolastiche, che durano da tempo e che sono sorrette anche da profonde convinzioni errate. L’introduzione di strumenti e strategie nuove deve avvenire in maniera graduale affinché il ragazzo possa accettarle, percepirne l’utilità e sentirle proprie. Non posso negare però che, quando si interviene sul metodo di studio in un ragazzo DSA, lo scoglio più grande è quello di renderlo consapevole che può farcela da solo. Quasi sempre questo significa una cosa: sganciarlo dalla dipendenza dall’aiuto dell’adulto. Non è un processo semplice, veloce, richiede invece tempo, comprensione. È fondamentale che in questo la famiglia collabori e, guidata da uno specialista, dia fiducia al proprio figlio e lo sproni ad utilizzare le strategie e gli strumenti appresi in studio anche a casa.

Quanto deve durare un intervento sul metodo di studio affinché si inizi a vedere dei miglioramenti sostanziali sull’autonomia nello studio?

Solitamente l’intervento consiste in una o massimo due sedute alla settimana con il tutor specializzato negli apprendimenti. La durata dipende molto dalla gravità del disturbo e dalla storia di dipendenza dall’aiuto altrui. Più i ragazzi arrivano da una lunga storia di affiancamento, in cui spesso l’adulto si è sostituito a loro nello studio, più l’intervento richiederà il tempo necessario a modificare delle strutture e convinzioni profonde. Si sta parlando di una durata dai 2 ai 12 mesi.

Sara Pestelli

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