Dislessia: non cura, ma riabilitazione

Non c’è da stupirsi se ancora qualche persona si chieda come venga curata la dislessia. Anche se è un argomento dibattuto nelle scuole italiane da almeno 12 anni (correva infatti l’anno 2010 quando il professor Stella, da cui facevo all’epoca il mio tirocinio post laurea, tornando da Roma entrò in studio trionfante dicendo “Ce l’abbiamo fatta! È legge!!!”. Sì, era stata appena promulgata la legge che difendeva i diritti dei DSA durante tutto il loro percorso di istruzione ed era un traguardo immenso), sono in tanti ad associare il termine Dislessia o Disturbo Specifico dell’Apprendimento ad una malattia transitoria che debba essere “curata”.

Da psicologa esperta in DSA, nonché dislessica certificata, solitamente rispondo: “Non può essere curata! Semplicemente perché non è una malattia, ma una caratteristica di funzionamento che ti accompagna tutta la vita.” Qualsiasi intervento non è volto dunque ad eliminare la difficoltà ma bensì o ad attenuarla, o ad aggirarla. In questo articolo mi occuperò di quando l’intervento è volto ad attenuare la difficoltà: in si parla in questo caso di riabilitazione o potenziamento della lettura. Il termine “riabilitazione” sta a significare la promozione dello sviluppo di una competenza non comparsa, rallentata o atipica applicando modelli basati su evidenze cliniche e scientifiche. Prima di chiederci però come si riabilita un bambino che presenta un deficit di lettura, è importante provare a rispondere alla domanda: perché alcuni bambini presentano un deficit di decodifica? Cercherò di spiegarvi alcuni meccanismi sottostanti alla dislessia raccontandovi un po’ la mia storia, sia di vita che di formazione. Come sarà capitato a tante altre persone, è stata la difficoltà che sentivo di avere a portarmi a volerne capire il perché e a decidere quindi di iscrivendomi alla facoltà di Psicologia dello Sviluppo ed Intervento nella Scuola dell’Università di Padova.

 Ricordo che durante i corsi inerenti i disturbi specifici dell’apprendimento incontravo in ogni dove, nei libri, nelle lezioni dei professori una teoria chiamata “Teoria del Deficit di consapevolezza metafonologica”. Secondo questa teoria, alla base della difficoltà di lettura e di scrittura vi era una incapacità a discriminare/individuare/manipolare i suoni di una parola: ad esempio segmentare la parola in sillabe, individuare porzioni più piccole come i singoli fonemi, oppure viceversa fonderli assieme per emettere la parola intera durante la lettura ecc ecc… Non sapevo ancora bene il perché, ma questa teoria non mi convinceva a pieno. La consapevolezza dei suoni contenuti in una parole e la capacità di elaborarli è certamente una variabile importante, ma ci doveva essere senz’altro qualcosa di più interessante dietro la difficoltà che vivevo. Ho incontrato poi la Teoria del Deficit di Automatizzazione, che mi convinceva maggiormente: secondo questa teoria alla base della difficoltà di lettura ci sarebbe l’incapacità a rendere automatico, veloce il riconoscimento delle lettere, sillabe, parole e della loro rispettiva traduzione in suono. Questa spiegazione mi convinceva di più perché personalmente non avevo mai avuto difficoltà particolari a manipolare la stringa dei suoni di una parola, ma piuttosto il meccanismo di lettura, composto dal riconoscimento della o delle lettere e la loro fusione non avveniva in me in maniera fluida.

Se confrontavo le mie prestazioni di lettura con quelle dei miei compagni, a me costava tantissimo far funzionare quell’ ”ingranaggio”, gli altri invece sembrava leggessero senza alcuna fatica. Ma ci doveva essere una spiegazione ancora più convincente: perché la mia difficoltà non era solo circoscritta alla lettura, ma la ritrovavo (e la ritrovo tutt’ora alla soglia dei 40 anni!) nel riconoscere la destra dalla sinistra, nel coordinare il mio corpo, nel riprodurre delle sequenze (come ad esempio dei passi di danza o un apprendimento scolastico che richiede più passaggi concatenati come le divisioni in colonna ecc..)?! Di teorie che tentano di spiegare i meccanismi sottostanti la dislessia ne sono nate molte, come ad esempio la Teoria del Deficit di Attenzione Visiva (non le citerò tutte), ma una, una soltanto, mi ha convinta più delle altre: la Teoria del Deficit di Memoria Implicita di Ullmann. Secondo questa teoria, applicata poi dal Professor Giacomo Stella ai DSA, alla base della difficoltà su alcuni apprendimenti, vi sarebbe un deficit nella memoria implicita procedurale, ovvero quel processo di memoria che ci consente di apprendere anche inconsapevolmente, passivamente, semplicemente per esposizione.  Perché ho sempre fatto fatica a ricordarmi i ritornelli di canzoni famosissime, che avrò ascoltato miliardi di volte?! 

Perché non ricordo come si scrivono molte delle parole inglesi incontrate miliardi di volte? Finalmente avevo una spiegazione: c’è qualcosa che non mi permette di apprendere come gli altri semplicemente per esposizione. Se voglio apprendere devo attivare sempre una porzione di consapevolezza, di controllo, oltre a fare più esercizio. Eccoci arrivati al dunque di questo articolo: come si riabilita un deficit di lettura?

Con esposizioni frequenti, brevi e concise su materiale attentamente strutturato e attentamente graduato. 

Non importano lunghe esposizioni, non servono. Se un bambino fatica ad automatizzare il riconoscimento delle lettere, sillabe, parole è completamente inutile, per non dire controproducente, avere fretta di arrivare alla meta. Piuttosto è opportuno dare lui tutto il tempo necessario per ben “fissare” un livello di apprendimento, per poi proseguire ad un altro. Ma come? Con esercizi mirati, cadenzati, in cui progressivamente sia introdotta la variabile “tempo”, affinché quell’apprendimento si approssimi ad essere veloce, fluente. Nella mia pratica clinica utilizzo principalmente due metodologie: il Precision Teaching per i più piccoli o per i pazientini che presentano un deficit severo, software informatizzati per i più grandi. Spostare una traiettoria evolutiva atipica necessita un intervento intensivo: al bambino e alla famiglia richiedo di ripetere gli esercizi somministrati in studio almeno  altre due/tre volte alla settimana. I cicli riabilitativi vanno di tre mesi in tre mesi, terminati i quali è prevista la somministrazione delle prove standardizzate per verificare gli esiti e testare l’efficacia del trattamento. Per avere  risultati visibili e percepiti concretamente dal bambino, consiglio sempre di non scendere sotto i 6 mesi di riabilitazione. È un impegno reale, in cui non mancheranno piccoli momenti di demotivazione, ma è l’unica strada per “sbloccare la lettura” aggirando la difficoltà di apprendimento implicito. 

Come richiedere un impegno del genere ad un bambino già gravato dai compiti scolastici?

 È buona prassi avvisare formalmente la scuola quando si sia deciso di attivare un percorso riabilitativo, al fine di chiedere una riduzione del carico dei compiti i giorni in cui è previsto l’esercizio. Nella mia esperienza clinica non ho mai trovato una scuola non collaborante, proprio perché consapevole di quanto siano preziose le prime fasi di apprendimento per un futuro scolastico positivo.                           

Sara Pestelli

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